Quando i rischi aumentano, assicurarsi diventa più costoso. Dal 2017 ad oggi il clima è cambiato e credo che tutti se ne rendono conto: gelate tardive, grandinate sempre più devastanti, siccità prolungate, bombe d’acqua e alluvioni sono solo alcuni dei fenomeni, sempre più estremi, che hanno coinvolto il nostro territorio. Fenomeni che hanno un impatto fortissimo sulle produzioni agricole, che hanno subito danni ingenti. Qui entra in gioco la cosiddetta gestione del rischio in agricoltura, cioè la possibilità di tutelare le proprie produzioni con sistemi di difesa attiva (reti antigrandine, ventoloni antigelo…) e sistemi di difesa passiva, in primis le assicurazioni.

Lo scenario appena descritto, ha portato ad un aumento del numero di sinistri indennizzati e le compagnie assicurative si sono trovate con gli indennizzi liquidati superiore ai premi riscossi: in parole povere le compagnie sono andate in rosso per assicurare le produzioni agricole e, con un sistema di contribuzione pubblica che non si è adeguato al mutato scenario, le stesse compagnie hanno iniziato a tagliare le garanzie, a non mettere in copertura determinati rischi, a procrastinare l’avvio della campagna assicurativa in modo da lasciarsi alle spalle i periodi più rischiosi e ad aumentare i premi richiesti agli agricoltori.
Ma per noi agricoltori, in caso di danni da maltempo, ciò che riceviamo dalle assicurazioni è solo un indennizzo parziale del danno. Il perito assicurativo stima il danno e lo riconosce rispetto ai parametri fissati: poniamo che abbia danni sul 35% delle mie albicocche, avrò una liquidazione in percentuale dei valori assicurati, una volta detratte le franchigie, ma la mia produzione non avrà lo stesso valore e dovrò farmi carico di costi aggiuntivi. Mi spiego meglio: se senza il danno avrei venduto le albicocche a due euro il chilo, dopo una grandinata gran parte del prodotto andrà per l’industria e nel migliore dei casi sarà di seconda categoria, con quotazioni che saranno qualche decina di centesimi. Avrò più difficoltà a collocare il prodotto, mentre i frutti danneggiati andranno comunque raccolti per non gravare sulla pianta. Non ho prodotto da vendere, ma quel prodotto che mi è costato mi continua a costare per tutte le operazioni che sono comunque necessarie. E le assicurazioni non coprono tutto questo.

Pensiamo alle grandine e alle bombe d’acqua di fine maggio. La frutta non danneggiata dai chicchi di ghiaccio, dopo 50 mm di pioggia in poco tempo, ha avuto una incredibile accelerazione nella maturazione: rispetto alle persone impiegate in raccolta sarebbero state necessarie il triplo delle squadre per raccogliere tutto in tempo. Ovviamente questo è impensabile da organizzare in due giorni e così tanta frutta non danneggiata è andata comunque persa e nessuno ti indennizza questo danno. E il prossimo anno sarà ancora peggio, perché con questi eventi avversi, con tutti questi danni, i premi delle assicurazioni aumenteranno ancora.

Per questo sosteniamo la necessità di una riforma del sistema. Una volta la grandinata distruttiva capitava una volta ogni dieci anni, ora nelle nostre zone abbiamo un rischio costante e soprattutto che impatta su produzioni ad alto valore aggiunto come quelle frutticole. Serve poi ripristinare la ripartizione del rischio per le compagnie assicurative, che non possono coprire solo la frutta, ma devono poter assicurare anche seminativi e vigne, sicuramente meno onerosi, così da mitigare gli impatti delle campagne assicurative. Infine c’è la questione dei tempi di erogazione dei contributi, anche questi determinano un maggior costo dell’operazione perché i consorzi devono accedere al credito e questo pesa sulle aziende agricole. Aspettiamo ancora la fine delle erogazioni dei contributi 2022, mentre nei giorni scorsi sono arrivati quelli del 2023 e ci sembra un miracolo,